Una personalità poliedrica come quella di Luigi Anepeta non può essere descritta adeguatamente in poche brevi pagine, sia pure di estrema sintesi affettiva. La tentazione di abbandonare la sfida è forte quanto la volontà di persistere. Quanto sarà adeguato il ritratto che un uomo può fare di un altro uomo? Quanto veritiero, dal momento che esso sarà profilato secondo un punto di vista personale? La memoria rappresenta la forma migliore del ritratto, o non dovremmo piuttosto affidarci all’oggettività dell’opera scritta e dei documenti?
Mi convince alla fine il pensiero che ciò che resterà di noi per un breve lasso di tempo dopo la nostra prevedibile scomparsa sarà nient’altro che un lampo di memoria nel cuore di un pugno di vivi, lampo di memoria che tutto risolve e unisce. Non importa, dunque, quanto si riesca a dire e quanto bene; conta solo la forza che il nostro scomparire riuscirà a imprimere a quel lampo. La persistenza dello sforzo di ricordare farà più bianca quella luce.
Luigi non è solo uno psicopatologo; è sempre stato – e questo in parte era sfuggito alla mia precedente riflessione –, forse innanzi tutto, un medico. Il ricordo più antico, a proposito di questo suo profondo e radicale essere medico è questo che ora racconto.
Un giorno, all’epoca in cui lavoravo nel suo studio di via Cogoleto ed ero un giovane di circa trent’anni, venne da me e mi disse che la madre stava morendo. Nel lungo periodo di agonia dell’anziana donna, Luigi la accudì giornalmente mantenendo quanto possibile gli impegni coi suoi pazienti. Il suo volto era solo un po’ più pallido e tirato del solito. Poi, un altro giorno, mi disse che era morta. Me lo disse con serenità, e prevenendo il mio turbamento mi disse: Nicola, della morte si può parlare
. Aveva accudito la madre, aveva tenuto il suo posto di fronte ai suoi pazienti e s’era preoccupato che il suo allievo trentenne – ma lui stesso doveva averne non più di qurantacinque –, non ancora toccato da gravi lutti, non avesse a turbarsi dell’evento.
Dunque, Luigi Anepeta è stato uno psicopatologo in quanto è stato in primo luogo un medico, medico nel senso alto stabilito fin dai tempi più remoti dalla medicina greca, per la quale therapeia era la sintesi degli atti compiuti per accompagnare con amore la vita dell’uomo. Da qui, da questa vocazione nascostamente filosofica, nasce il suo impegno di psicopatologo, ossia di colui che – almeno fino ai tempi della sua e della mia formazione – si dotava di una cultura e di una vocazione ad accompagnare la vita di un essere umano per lunghi tratti di percorso.
Oggi la psichiatria biologica e la psicoterapia cognitivo-comportamentale nella volontà onnipotente di moltiplicare all’infinito i propri consumatori accorciano i tempi dell’incontro col paziente fino ad annullare del tutto la mediazione umana. Ma nella misura in cui la techne (l’ambito della mera scoperta scientifica) avanza a ritmi prodigiosi, tanto da porsi come la nuova potenza del mondo, è sempre e ancora la therapeia (e il logos telpnos della philia, il discorso amorevole della solidarietà) a rappresentare la mediazione giusta per fare del mondo sociale alienato un mondo compiutamente umano.
In questo senso, dunque, oggi più che mai può definirsi terapeuta solo colui che adegua all’umano i processi neutri della natura e che soggettiva – cala nel profondo dell’anima soggettiva – l’oggettività delle scoperte tecniche, di per se stesse prive di un valore affettivo, dunque di significato umano. Terapeuta è colui che più s’impegna a riunire in se stesso scienza e amore: il procedere oggettivo delle tecniche di indagine sul reale e la direzione soggettiva, personale, affettiva che l’uomo dà a quelle tecniche. Allo stesso titolo, terapeuta è solo colui che non può derogare dall’imperativo di umanizzare i processi sociali quando questi deviano dall’uomo assunto come meta e fine dell’affettività reciproca.
Per quanto il mondo possa aprire scenari nei quali processi oggettivi s’impongono con una violenza neutra e perciò più impressionante, l’uomo si sforza di dare al caos – quello della natura e ancor più quello da lui stesso prodotto – un senso affettivo coerente, un senso umano. Il terapeuta è parte di questo sforzo, attore della ricerca di senso all’interno dei processi socio-storici e nelle persone in carne e ossa.
Su questo punto credo che l’evoluzione del mio pensiero trovi con quello di Luigi, dopo anni di ricerche divergenti, una nuova e ricchissima convergenza: l’idea che la specie umana – non volendo perire – stia sviluppando l’anticorpo necessario a guarire dall’infezione narcisistico-individualista, intessuta di onnipotente sadismo espropriativo, che va sempre più pervadendo il mondo contemporaneo. Questo anticorpo è per Luigi, tout court, l’individuo introverso e per me l’individuo sensibile, che può avere una dotazione introversiva o iperempatica.
Nell’epoca competitiva fino alla spietatezza in cui ci troviamo, il mondo sociale si va spingendo sempre più nella direzione di creare gerarchie di potere e modelli di comportamento che da una parte impongono l’insensibilità a fini di autopotenziamento e di profitto, e dall’altra impongono e universalizzano il sentimento della vergogna: la vergogna d’essere inadatti, deboli, sensibili, malati... Poiché, operando in tal modo, il mondo contemporaneo rischia la disgregazione di quel tessuto affettivo che costituisce il tratto più distintivo e prezioso della specie umana, che, come insegna la biologia da Darwin in poi, è una specie sociale e cooperativa, l’evoluzione sociobiologica dell’uomo risponde partorendo individui ricchi di capacità empatiche, riflessive, idealistiche, solidaristiche. Individui la cui attitudine psicologica è appunto a ricucire, nel mondo delle idee o in quello degli affetti, ciò che la realtà sociale attuale va lacerando. Alla ybris, al delirio di superbia del mondo moderno e dei suoi attori, la specie, col solo persistere nei suoi caratteri specie-specifici, oppone la nascita di individui il cui fine biologico è sentire e trasmettere il benessere personale come parte di quello collettivo, quindi lo sviluppo di valori etici, estetici e pratici coerenti con questo bisogno.
Questa tesi, che io ho espresso nei capitoli conclusivi di Volersi male del 2002 e di La logica dell’ansia del 2008, Luigi l’ha pubblicata a sua volta nel libro Sei introverso? del 2005, ampliato nel 2008 col titolo Timido, docile, ardente... e l’ha concretizzata infine nella fondazione della sua Associazione, la LIDI.
Lampo di luce che seguirà alla mia e alla sua fine, eco della memoria per un manipolo di volti perduti, questa intuizione – l’iperumanità, come oggi io la chiamo – è poco più che una visione ideale, concetti che circolano fra pochi idealisti, niente per cui io possa, allo stato attuale, fare uno sforzo maggiore di quello lasciato – come tracce di sangue – in queste brevi, fragili righe.
Roma, aprile 2008